A PASSO SVELTO

La nostra andatura può dire molte cose di noi. Se rallentiamo infatti è segno che ci stiamo incamminando velocemente verso la vecchiaia (biologicamente se non anagraficamente). Ma c’è la possibilità però di fare un balzo indietro. Perché è ancora tutto nelle nostre mani e nel cambiamento dello stile di vita.

Non importata quale sia la vostra età anagrafica, ma quando la vostra età biologica comincia a segnalare un progressivo invecchiamento meglio correre ai ripari.

Potrebbe essere la cosiddetta “Sindrome di fragilità” e uno dei segnali più evidenti che la accompagna è un rallentamento della andatura.

“La velocità alla quale camminiamo non è solo un parametro meccanico, ma un segnale che aiuta a capire lo stato di salute globale”, spiega il dottor Matteo Cesari dell’Institut du Vieillissement, Università di Tolosa in Francia. Attivamente impegnato in un progetto pilota che riguarda la prevenzione di anziani “fragili”, Cesari ha presentato i risultati della sua attività al convegno Longeva tenutosi a Milano. “L’andatura è indice di condizioni biologiche e comportamentali che possono essere curate o corrette. Aterosclerosi, stati infiammatori, deterioramento cognitivo possono tradursi in passi che diventato sempre più lenti e difficoltosi. Per questo tenere sotto controllo l’andatura (non meno di 1 metro al secondo) è anche la chiave che ci guida verso comportamenti che possano allontanare i rischi di un invecchiamento precoce”.

“È ormai accertato che a parità di specie, gli animali più veloci sono anche quelli che vivono più a lungo”, spiega Cesari. “Uno studio statunitense su 30.000 persone ha mostrato come l’aspettativa di vita possa essere accuratamente predetta sulla base del sesso, dell’età e dell’andatura. C’è dunque un rapporto diretto tra la velocità alla quale camminiamo e la qualità della vita”.

Sappiamo tutti che le malattie influenzano, a tutte le età, la dinamica con cui ci muoviamo, dunque se rallentiamo dobbiamo fare suonare un campanello d’allarme e chiederci “perché”. La risposta spesso non va cercata lontano. Sta tutta nel nostro stile di vita e in particolare nella carenza di esercizio fisico e negli errori della alimentazione.
Il dottor Cesari è fermo su questo punto: “la lentezza è un segnale di fragilità. La fragilità non è ancora una condizione clinica, ma il segnale di un rischio futuro che può essere evitato con il cambiamento del comportamento”.

Il concetto di fragilità in effetti è nuovo nell’ambito della ricerca geriatrica e viene da pochissimo usato nella pratica clinica. Si parla infatti di “Sindrome di fragilità” solo dagli anni ’90 partendo da uno studio condotto da Fried e altri e apparso nel Journals of gerontology. Gli anziani, considerati una categoria biologica e non anagrafica (sappiamo
infatti molto bene che si può essere giovani a 80 anni e vecchi a 40) vengono suddivisi tra quelli in buona salute, i disabili (ovvero gli anziani non autonomi e medicalizzati) e, appunto, i fragili. Questi ultimi sono caratterizzati dalla insorgenza di almeno 3 di 5 segni o sintomi: la perdita di peso involontaria, la ridotta forza muscolare, l’affaticamento, la sedentarietà e la lentezza nel cammino. Si tratta di sintomi molto generali e anche molto soggettivi, ma indicano,in assenza di patologie conclamate, una maggiore vulnerabilità a molti fattori di rischio futuri e hanno come causa prima lo stile di vita.

“Occuparsi delle persone fragili significa lavorare sulla prevenzione, indurre a cambiare comportamenti sbagliati, evitare la medicalizzazione”, spiega ancora Cesari.

L’esempio di Tolosa

A Tolosa da settembre 2011 è stato sviluppato un progetto pilota che può diventare un modello per tutta l’Europa. L’identificazione della “Sindrome di fragilità” (grazie alla preparazione dei medici di famiglia) non solo migliora le aspettative di vita, ma ha ricadute positive sui costi del Sistema sanitario nazionale in quanto evita o ritarda l’ospedalizzazione o la medicalizzazione di una parte della popolazione che diventa sempre più preponderante.

Ecco come funziona: “Il paziente-fragile una volta identificato dal suo medico viene invitato a un day-hospital”, spiega
Matteo Cesari dell’Università di Tolosa. “Durante la giornata in ospedale viene fatto un check-in generale da una equipe composta da nutrizionisti, neuropsicologi, fisiatri, cardiologi, ecc.) che si conclude con un piano di intervento personalizzato”. Se non si sono individuate vere e proprie patologie l’intervento proposto è tutto legato all’esercizio fisico, al mangiar bene e a tenere in forma anche il cervello.

Il focus sta tutto nel non attendere che dal rischio si passi alla malattia, agire preventivamente e lavorare sulle cause di una fragilità che spesso possiamo combattere anche da soli. “Combattere la fragilità dipende solo da noi”, conclude Cesari.

In fondo basta volersi un po’ più di bene anche quando l’età avanza. Anzi forse proprio perché l’età avanza. Nuoto, palestra, ballo, attività fisica in tutti i modi e a tutti i livelli, qualche coccola in un centro benessere… perché muoversi fa bene ai muscoli e al cervello, accende i centri del piacere, e ci fa andare a passo svelto sulle strade di una vita che vale la pena vivere fino in fondo.